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Morte Di Uno Spammer Russo

Vardan Kushnir usava un’arma formidabile per fare pubblicità alla sua scuola d’inglese: lo spam. Cronaca di una vita senza freni. Troncata nel 2005 da un omicidio ancora irrisolto.

mp3Interview: BBC/NPR, “The World,” (1197 kb)

L’ESTATE A MOSCA ARRIVA TARDI, se mai arriva. Le finestre si spalancano mentre la città esce dalla morsa dell’inverno. I moscoviti sciamano dai loro appartamenti umidi e l’oscurità lascia il posto alle lunghe giornate delle latitudini settentrionali, che si spingono ben oltre la sera. Lo scorso luglio Vardan Kushnir tornò al suo appartamento al terzo piano nel cuore di Mosca in una di queste nottate estive, la testa pesante per gli innumerevoli alcolici costosi consumati nel buio séparé di un club in cui le cameriere spesso ballano in topless sul bancone del bar. Era giunto il momento per gli ultimi drink in compagnia di alcune ragazze, una delle quali, si dice, di appena 15 anni. Nella vita di una delle figure più disprezzate della Internet russa era soltanto una notte come tante.

Nonostante continuasse a non amare la sua città d’adozione, Kushir vi si era creato un’esistenza comoda. La sua impresa, il American Language Center (ALC) che insegnava l’inglese ai russi, stava prosperando sull’onda di una incessante campagna di spam. Venticinque milioni di e-mail al giorno generavano un numero di nuovi clienti sufficiente a finanziare i suoi epici attacchi alla ricerca di locali e sesso, in cui indulgeva a tal punto da risultare ragguardevole anche in una città nota per la sua assoluta mancanza di vergogna.

Kushnir sognava di diventare un famoso sviluppatore di software – «Come Bill Gates» – ma intraprese un cammino decisamente più inglorioso. Il suo spam incessante e le sue vanterie lo avevano reso fonte di irritazione in tutta Mosca. Battagliava con i funzionari del governo ed esasperava tutti gli altri, in particolare i suoi dipendenti. Ma la fede in Scientology gli dava una calma particolare. Anche se il suo stile di vita all’ingrosso lo trascinava nel caos più totale non alzava mai la voce, non sembrava mai infuriato. Il disprezzo che sembrava suscitare lo divertiva e riusciva a tenere i nemici a distanza.

Fino a quella notte. Kushnir divideva con la madre Olga e i gatti randagi che adottava di continuo un appartamento in via Sadovaya-Karetnaya. Come faceva sempre quando il figlio portava a casa delle ragazze, Olga andò a dormire in un monolocale lì vicino. Il mattino successivo tornò all’appartamento e trovò sul pavimento del bagno il cadavere coperto di sangue del figlio. La polizia arrivò subito. A distanza di un anno non però rivela ancora l’esatto corso degli eventi. Secondo i giornali l’imprenditore trentacinquenne era tornato a casa alle prime ore del mattino con tre ragazze di cui una incontrata all’Hungry Duck, un club moscovita. Erano stati preparati dei cocktail e le ragazze avevano versato del tranquillante nel suo bicchiere. Quasi subito Kushnir era andato al tappeto. Ma la dose non lo aveva tenuto addormentato a lungo. Quando era tornato in sé le ragazze lo avevano colpito alla testa.

Kushnir era nei guai, e guai peggiori lo stavano aspettando. Arrivarono alcuni uomini – amici delle ragazze. Un giornale li descrive mentre si arrampicano alla grondaia ed entrano nell’appartamento dalla finestra. Adesso il gruppo era composto di almeno cinque persone, che cominciarono a pestare selvaggiamente Kushnir fracassandogli il cranio e lasciandolo immobile sul pavimento, il sangue che si spandeva lentamente sulle piastrelle.

Quando il mattino successivo la madre lo trovò, il corpo era già freddo. «C’era tantissimo sangue» rivela.

I poliziotti andarono e venirono e quando il cadavere era già sulla fredda lastra dell’obitorio uno dei giornali gialli di Mosca titolò l’episodio con trionfante cinismo: «LO SPAMMER E’ STATO SPAMMATO».

Vardan Kushnir era cresciuto in Armenia. Il padre era scappato quasi subito e la madre lo aveva cresciuto da sola. Da adolescente eccelleva in matematica e fisica e vinse un invito a recarsi a studiare all’Istituto Tecnologico per l’Industria Leggera di Mosca. Dopo la laurea trascorse un anno a Los Angeles e tornò a Mosca con una perfetta padronanza dell’inglese, parlato quasi senza accento. Nel 1994 aprì la ALC, sfruttando gli espatriati americani per insegnare inglese ai russi.

Alla metà degli anni ’90 la Russia era afflitta da una guerra aperta fra bande e dal furto incontrollato delle proprietà statali. Arricchirsi – fino a diventare miliardari – aveva poco a che fare con il lavoro diligente o le nuove idee quanto piuttosto con la forza bruta. Segnali palesi del privilegio erano le Mercedes nere e l’impudente andatura da barone del petrolio. Fu in quel periodo di cospicua ricchezza che Kushnir lanciò una nuova impresa che sperava gli avrebbe fruttato tonnellate di denaro.

Kushnir rivolse la sua attenzione alla Sophim, azienda con sede negli Stati Uniti che aveva fondato con un socio in Florida. Avevano sviluppato un’applicazione chiamata Edifact Prime, basata sul pre-Internet, che permetteva la gestione standard degli ordini tra azienda e azienda. Ma dopo alcuni anni e molti viaggi in Florida, Kushnir aveva visto il suo denaro inghiottito da costose fiere del settore. Nel 2001 la sua avventura si era già esaurita, così Kushnir tornò a concentrarsi sulla ALC, che gli aveva permesso di mantenere se stesso e la madre mentre lavorava alla Sophim.

Questa volta, però, il suo arsenale possedeva una nuova arma: lo spam. Aveva usato le e-mail di massa per vendere azioni della Sophim (fino a quando lo stato del Kansas lo aveva informato che aveva bisogno di una licenza da mediatore). Ora si lanciò nella sua operazione russa di spamming con l’energia frenetica del tipico imprenditore post-sovietico. «Cambiava idea e decisioni ogni due ore» racconta un dirigente di vecchia data della ALC. «Aveva troppe idee. Voleva fare tutto in una volta, il più velocemente possibile».

Dopo essere rimbalzato tra server russi e tedeschi, Kushnir si rivolse al mercato cinese, dove con 1000 dollari d’affitto mensile si poteva usufruire di un server in grado di inviare 7 milioni di e-mail al giorno. Mentre amministrava le operazioni quotidiane della ALC si ingegnava per battere i filtri anti-spam, per localizzare nuovi server, acquistare elenchi di indirizzi e-mail e qualsiasi altra cosa gli permettesse di ampliare la sua ragnatela. Funzionò. Nel 2003, ad appena un anno dal primo attacco, gli incassi della compagnia erano raddoppiati. La ALC aveva oltre 110 studenti e raggranellava fino a 13.000 dollari il mese. Con spese d’affitto e di impianto praticamente inesistenti, Kushnir intascava la parte del leone. Per gli standard americani non era propriamente una fortuna, ma a Mosca, dove il salario medio è di circa 2.600 dollari l’anno, lo collocava tra l’aristocrazia.

IGOR VISHNEVSKY SI TOGLIE l’auricolare Bluetooth metallica dall’orecchio prima di scivolare sul divano di pelle di Le Gâteau, una mediocre imitazione di un caffè francese. Getta un’occhiata al di là del vetro e osserva il movimento sulla Tverskaya, luccicante arteria principale di Mosca, una macchia indistinta di cartelloni pubblicitari e insegne al neon. A quasi un anno di distanza dalla morte di Kushnir, Vishnevsky, ingegnere dello spam che Kushnir aveva reclutato in Bielorussia per dirigere le operazioni tecniche della ALC, non ha rimorsi sul modo in cui trovavano nuovi clienti. «Se qualcuno dice di odiare lo spam», dice soffiando sul suo espresso, «allora vuol dire che odia la pubblicità, cosa che vede ovunque».

L’operazione di spam della ALC era rozza ma efficace: Vishnevsky mandava un programma spider a scandagliare la Rete e raccogliere così indirizzi e-mail che aggiungeva agli elenchi a diverse centinaia di migliaia per volta. Lavorava anche con i fornitori – un milione di indirizzi a qualche centinaio di dollari. Per imbrogliare i filtri antispam Kushnir inseriva spazi a caso tra le parole dell’oggetto, oppure modificava il corpo in un file di immagine. Al suo apice l’attività generava una media di 15 potenziali studenti ALC al giorno.

Ma il sistema era tanto fallace quanto grezzo e a volte inviava e-mail allo stesso indirizzo anche cinquanta volte al giorno. Le lamentele cominciarono a fioccare. La gente imprecava e minacciava, si infuriava – qualsiasi cosa pur di fermare la molestia. «La parola “vaffanculo” era la più usata» ricorda Vishnevsky.

Kushnir reagiva con un’alzata di spalle trovando spesso conforto in uno dei libri di Scientology sparsi nel suo ufficio, e borbottava che le opinioni importavano davvero poco di fronte alla crescita finanziaria. Per lui lo spam era efficace e qualsiasi altra cosa erano chiacchiere inutili. «Spammavamo chiunque, cinque giorni la settimana» racconta Vishnevsky. «Davamo una piccola tregua solo nel fine settimana».

Con il trascorrere dei mesi si diffusero sui siti Web in lingua russa i gruppi di protesta – uno dei quali chiamato Centro Anti American Language. Kushnir era oggetto di aperto disprezzo ma la sua determinazione si trasformò in un infantile compiacimento. «Era il classico modo lineare di pensare sovietico» commenta Mike McAtavey, ex insegnante della ALC. «Mi ritrovo con 250 clienti e un miliardo di telefonate fastidiose. Se triplico il mio input avrò 750 clienti». E, naturalmente, tre miliardi di telefonate fastidiose.

Lo spam era talmente a buon mercato che Kushnir cominciò ad usarlo semplicemente per attirare l’attenzione sulla ALC – anche in luoghi dove non c’era speranza alcuna di generare affari. Spammò paesi distanti come Israele, Spagna, Francia e Stati Uniti. «Non gli interessava essere amato» dice Rick Farouni, che ha lavorato per due anni alla ALC.

Poi Kushnir cominciò ad attirare un tipo di attenzione diversa. Nel 2003 il suo spam raggiunse Andrey Korotkov, all’epoca vice ministro russo delle comunicazioni. Presto Korotkov cominciò a ricevere 10 e-mail ALC al giorno. Quando cercò di cancellare la sottoscrizione i messaggi raddoppiarono, addirittura con testi dedicati a lui personalmente. «Lo presi come uno scherzo» racconta Korotkov, «per farmi vedere che non c’era nulla che potessi fare per fermarli».

Nel 2005 Korotkov sollevò la questione durante un simposio Internet tenuto presso l’edificio del Telegrafo Centrale di Mosca a cui parteciparono influenti ISP, pubblicitari, giornalisti e funzionari del governo. La Russia non aveva leggi contro lo spam per cui Korotkov sollecitò i presenti chiedendo che cosa si potesse fare per fermare Kushnir. L’unica soluzione offerta fu di ripagare la ALC con la sua stessa moneta – inondarla di messaggi. Il mattino seguente la ALC venne investita da 1000 telefonate preregistrate con la voce tuonante di Korotkov: «Voglio avvertirla che se prosegue nella sua attività illecita verranno prese le misure necessarie, e non solo da me». Era solo una tattica per spaventare e Kushnir lo sapeva. «Ne ridemmo molto» racconta Vishnevsky, facendo notare che l’episodio spinse Kushnir a vantarsi che nessuna attività spam aveva mai generato una reazione così negativa.

Kushnir accusò ricevuta del contrattacco prendendosi gioco di Korotkov: inviò un numero ancora maggiore di e-mail nella casella del vice ministro, ma con un tema diverso. «Hai un bisogno terribile di Viagra» si leggeva nel testo, «E noi qui abbiamo ragazze pronte al tuo servizio. Ti faremo un test speciale per verificare il tuo potenziale sessuale. Devi acquistare una tonnellata di Viagra».

Korotkov, sconfitto, si limitava a cancellare i messaggi. «Che cosa potevo fare?» commenta, paragonandosi a un animale in gabbia. «Puoi prendere in giro un orso allo zoo, non ti acchiapperà mai. Si guasterà semplicemente il fegato». Kushnir gongolava dei problemi che stava creando. «Vardan mi mandò un link sul conflitto in corso tra lui e il vice ministro delle comunicazioni» racconta Mikhail Urubkov, programmatore russo che lavorò per la Edifact Prime. «Diceva “guarda quanto sono famoso”. Per lui era un gioco». E non era il solo in cui amava impegnarsi.

LA SERATA POTEVA INIZIARE al Mio, un club non molto distante dalla sede della ALC dove fare colpo su adolescenti insicure dietro occhiali da sole Fendi era facile come spiegare loro gli ingredienti degli involtini California appena ordinati. In ambienti come quello un imprenditore Internet di successo veniva visto come un re.

All’età di 35 anni i capelli biondi di Kushnir si erano diradati in rade ciocche spettinate, e sul viso portava evidenti i segni di molte notti brave. Ma da uomo di imperscrutabile esperienza internazionale mai a corto di rubli, in locali come il Mio Kushnir non doveva sbattersi molto per fare colpo sulle ragazze. Si guardava intorno e si presentava come direttore dell’American Language Center, fino a che qualcuna non abboccava. «Quasi tutte le ragazze avevano sentito parlare del suo spamming» commenta Vishnevsky. «Lo trovavano un uomo affascinante». E se non fosse stato sufficiente, Kushnir raccontava di quando aveva una grande casa in America, dove era uomo di grande importanza.

Ma Kushnir cominciò presto ad annoiarsi e iniziò esplorazioni che lo condussero oltre il solito scenario da club. Ex dipendenti raccontano che scivolò nel buco nero delle orge, della prostituzione e di qualsiasi cosa oltrepassasse i limiti. Faceva affidamento sulla rete di bordelli che circonda la città. A volte si recava in una bisca galleggiante ormeggiata in un canale di Mosca. E lì si stendeva nudo mentre due ragazze lo leccavano da capo a piedi.

Il lunedì mattina Kushnir arrivava spesso al lavoro con un sorriso compiaciuto raccontando l’ennesima storia di bizzarri traguardi raggiunti. Un pomeriggio esclamò: «L’ho trovato, finalmente!» e convocò un dipendente nel suo ufficio, dove gli mostrò un annuncio pubblicitario Internet di un duo sessuale composto da madre e figlia.

I dipendenti erano scoraggiati dal comportamento di Kushnir, ma ancora più infuriati dal non essere pagati. Molti dei suoi collaboratori erano avventurieri espatriati, gente arrivata da poco a Mosca che alla fine capiva la situazione e lasciava la ALC dopo avere appreso le regole russe del lavoro. Quando un dipendente lo affrontava Kushnir metteva su una faccia pacifica. «Perché mi metti addosso tutta questa pressione?» chiedeva con tono di superiore condiscendenza. «Perché ti arrabbi così? Dovresti leggere un po’ di L. Ron Hubbard» e gli offriva un volume di Scientology preso dallo scaffale.

La nobiltà del gesto lasciava per lo più interdetti. «La sua unica autorità era L. Ron Hubbard», racconta Vishnevsky. «Non vedeva gli altri come degli amici. Per lui esisteva soltanto se stesso, era lui l’unica cosa importante».

Mentre chi gli stava intorno schiumava di rabbia per quella noncuranza Kushnir restava indifferente, scivolando ancora più profondamente in comportamenti bizzarri. «Spendeva tutto ciò che guadagnava» dice McAtavey, spiegando come Kushnir, tra varie sbornie di sesso e spam, battesse a tappeto la città alla ricerca dell’accessorio all’ultima moda che lo avrebbe fatto risaltare tra la folla dei facoltosi corteggiatori. «Un giorno arrivò in ufficio con un costoso ascot di seta argentea» racconta McAtavey. «Ricordo bene – l’ascot argenteo e niente paga per me».

«Quando Kushnir è morto non è che nel suo giro fossero tutti in lacrime» aggiunge un altro ex dipendente. «Aveva nemici. Su questo non v’è alcun dubbio».

La statua più alta di Lenin è sulla Piazza d’Ottobre di Mosca. Lenin marcia a fronte alta, l’impermeabile svolazzante, immortalato nel vento tumultuoso di ciò che si pensava sarebbe stato il progresso. A poca distanza dalla quella statua l’American Language Center occupa un ufficio al terzo piano di uno stabile di mattoni rossi. È un ufficio all’americana con un poster del Ponte di Brooklyn dietro la bandiera a stelle e strisce, e una carta geografica degli Stati Uniti. L’ALC è ancora operativo, sebbene abbia messo la sordina. Vi sono molti meno studenti, nessuna campagna di spam e le poche telefonate vengono prese da chiunque si trovi a passare nelle vicinanze. Adesso è la madre di Kushnir a dirigere le attività. È una figura di mezz’età, solitaria, che mostra le foto del figlio e racconta della sua ultima sera.

Pare che la notte dell’omicidio gli assalitori abbiano rubato alcune cose dall’appartamento, tra cui un computer portatile. Ciò ha indotto la procura di Mosca a ipotizzare che si sia trattato di una rapina finita tragicamente. Ma la madre non ci crede. «Erano in tre o in quattro» aggiunge, «Se avessero voluto derubarlo potevano legarlo e rinchiuderlo in bagno. Sono invece venuti per ammazzarlo».

IN PARTE DEVOTO AVVENTURIERO sessuale, in parte spietato spammer, Kushnir ha lasciato dietro di sé una scia di malcontento. In un mondo ordinato sarebbe stato un paria. Ma Mosca ha un tipo di ordine proprio ed è facile immaginare come la sfacciataggine di Kushnir possa avere spinto troppo oltre la persona sbagliata. Questa città forse non prova molta vergogna, ma si pagano comunque le conseguenze. Nell’oltrepassare il confine tra imprenditore sfacciato e scocciatore senza rimorsi Kushnir si è reso vulnerabile.

Poco prima della morte lui stesso aveva cominciato a dolersi dei suoi eccessi. Disse a un dipendente che voleva contenere il desiderio, che aveva bisogno di un po’ di auto controllo per diventare, nelle sue parole, «un uomo forte».

Nell’agosto del 2005 le autorità di Mosca hanno arrestato quattro persone collegate all’omicidio di Kushnir. Non sono stati fatti nomi né è stata fissata la data del processo. Polizia e procura russe hanno posto l’embargo su tutte le informazioni riguardanti il caso. Per cui, a distanza di un anno, si sta giocando tutto a porte chiuse. O non si sta giocando affatto. Con il trascorrere del tempo l’omicidio si perde sempre di più nella memoria. Dopo tutto, a Mosca tutte le settimane decine di persone trovano una fine violenta. Kushnir è stato sepolto a mezz’ora di strada dalla città, tra erba alta e lapidi disordinate. Dopo una tranquilla cerimonia funebre un autobus portò i presenti all’American Language Center dove mangiarono e bevvero tra chiacchiere di circostanza. Avevano capito che Vardan Kushnir era troppo da sopportare anche per la Russia.