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Grigorij Perelman: Genio Riluttante

È uno dei più brillanti matematici della storia, ma ha rifiutato la celebrità per vivere con la madre in un’umile casa di San Pietroburgo. Dove un giornalista è riuscito a scovarlo.

NON AVEVO MAI FATTO un appostamento, ma sapevo come organizzarmi. Avevo con me un libro, un paio di panini e dalla radio dell’auto ascoltavo le notizie sul traffico in russo. Cosi mi sono tenuto sveglio mentre aspettavo il matematico.

Ho sentito parlare di Grigorij Perelman per la prima volta nove anni fa, quando la notizia dei suoi successi e filtrata dalla comunita internazionale dei matematici fino ai giornali. Sembrava che qualcuno fosse riuscito a risolvere un problema matematico insoluto. La congettura di Poincare ha a che fare con le sfere tridimensionali e presenta vaste implicazioni per le relazioni spaziali e per la fisica quantistica che possono servire perfino a descrivere la forma dell’universo. Per quasi un secolo la congettura ha impegnato i matematici piu brillanti del mondo. Negli anni molti di loro hanno affermato di aver risolto il problema, ma regolarmente i loro studi venivano smentiti da verifiche piu approfondite. Quando Perelman l’ha dimostrata, dopo anni di sforzi e concentrazione, la congettura di Poincare l’aveva turbato cosi profondamente che sembrava averlo annientato.

Perelman, che oggi ha 46 anni, e un uomo particolare. Quando ha portato a termine la sua dimostrazione, non ha pubblicato i risultati in una rivista specialistica sottoponendola alla peer review, come vorrebbe il protocollo, e non ha neanche mostrato le sue conclusioni ai matematici che conosceva in Russia, in Europa e negli Stati Uniti. Si e limitato a pubblicare in rete la dimostrazione in tre parti e a inviarne una sintesi via e-mail ad alcuni colleghi che non sentiva da quasi dieci anni.

Nel 2006 Perelman e stato il primo e finora unico studioso a rifiutare la medaglia Fields, il piu alto riconoscimento della matematica (una disciplina per cui non viene assegnato il premio Nobel). Inoltre, ha declinator l’invito a insegnare a Princeton, a Berkeley e alla Columbia university. Nel 2010, quando il Clay mathematics institute di Cambridge, nel Massachusetts, gli ha assegnato un premio di un milione di dollari per aver dimostrato la congettura di Poincare, Perelman l’ha respinto. Disoccupato da sette anni, il matematico abita con la madre in un ex appartamento comunitario a San Pietroburgo, dove vivono con la pensione di 160 dollari al mese della donna.“Ho tutto quel che mi serve”, ha detto Perelman ai suoi colleghi preoccupati, con I quali ha interrotto tutti i rapporti tranne che per qualche veloce telefonata.

Perelman ha concesso l’ultima intervista sei anni fa. Da allora la stampa nazionale e internazionale l’ha costretto a una vita da recluso. Ha respinto sdegnosamente tutte le proposte dei mezzi d’informazione, borbottando qualche parola affrettata da dietro la porta del suo appartamento assediato da una calca di giornalisti. “Non voglio essere messo in mostra come una bestia allo zoo”, ha detto a un reporter. “La mia attivita e la mia persona non sono interessate alla societa.”

Per la societa russa Perelman era diventato un misantropo pazzoide, ma io lo ammiravo per aver rifiutato le promesse del mondo moderno, per la sua dedizione al lavoro e per i risultati che aveva ottenuto. La sua volonta era libera e le sue conclusion pure, e in questo consisteva la sua gloria. Cosi, senza nutrire molte speranze, ho prenotato un volo per San Pietroburgo.

ERA PRIMAVERA. San Pietroburgo si preparava alla parata per il giorno della vittoria. I canali del centro erano fiancheggiati da carri armati, le strade decorate da stendardi. A Kupčino, l’ultima fermata della linea blu della metropolitana, lontano dai palazzi che conferiscono agli abitanti di questa citta la loro fiera compostezza, sembrava un giorno qualunque. I tram bianchi e rossi correvano lungo le corsie erbose nel centro dei viali. Le persone passeggiavano nei cortili che collegano una casa popolare fatiscente all’altra. Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha trascorso qui la sua infanzia. Questo quartiere e cosi lontano dalla famae dalle istituzioni da essere un rifugio perfetto per chiunque voglia sfuggire alla notorieta.

Come prima cosa, ho pensato di affittare un appartamento affacciato sull’entrata del palazzo del matematico. Un agente immobiliare mi ha mostrato tutta la zona. “In questo quartiere non abita un famoso scienziato?”, gli ho chiesto.

“Vive da qualche parte in questa strada”, mi ha risposto l’agente.

“L’ha mai visto?”.

“Se l’ho visto? Certo che si, come ho visto Putin: in tv”. Poi mi ha portato a vedere una topaia dopo l’altra. Il passo successivo e stato affittare un’auto, una Hyundai, l’unico modello disponibile all’agenzia di autonoleggio in centro. Ho parcheggiato davanti a casa di Perelman. Alto una decina di piani e fatto di semplici pannelli di cemento in anonimo stile brežneviano, lo stabile occupava meta isolato. Davanti alla porta in acciaio marrone che dava sulla scala dell’appartamento di Perelman, un gruppo di persone fumava passandosi una birra. In giro c’erano soprattutto anziani appoggiati a esili bastoni di legno e adolescenti che passavano la giornata sfrecciando da un chiosco all’altro. Un barbone dai capelli biondi e luridi rovistava nella spazzatura.

Per quanto trasandate potessero sembrare le persone del quartiere, Perelman superava tutti. Da giovane era un bell’uomo con i tratti delicati e i capelli scuri. Ma nelle foto piu recenti, scattate con un telefono cellulare in una vettura della metropolitan e poi diffuse in rete, il suo aspetto era cambiato. I suoi vestiti erano sporchi e sgualciti, la barba lunga e ispida. In testa un cespuglio di capelli arruffati. Guardandosi intorno sotto le folte sopracciglia, si mangiava le unghie e aveva l’aria turbata. Come avrebbe reagito quando lo avrei avvicinato?

Sergej Rukšin e il migliore amico di Perelman. Quando l’ho incontrato, nel suo ufficio in una scuola superiore di San Pietroburgo, si e lanciato in quattro ore di racconto interminabile su Perelman, come un rubinetto arrugginito che viene aperto dopo anni. Mi ha spiegato che e stato lui, all’epoca insegnante in un circolo di matematici di Leningrado, a riconoscere il talento di Perelman nel 1976. E stato lui, insieme ad altri sostenitori dell’accademia, ad aiutare Perelman a farsi strada nonostante le politiche antisemite sovietiche che avevano rischiato di impedire a quel giovane genio ebreo di procurarsi un’istruzione adeguata al suo ingegno. Ed e sempre lui a dolersi oggi delle condizioni del suo allievo preferito: “E bloccato”.

Il secondo giorno del mio appostamento un camion ha accostato e ha parcheggiato di fronte a me, ostruendomi la vista sull’ingresso dell’ala dell’edificio in cui abita Perelman. Quando ho aperto la portiera della mia auto, dei tizi con la faccia decorata da ferite fresche mi sono passati davanti con una bottiglia mentre si aggiravano in cerca di qualcosa da fare. Sono rimasto al mio posto, mangiucchiando patatine e tenendo d’occhio i due lati del camion, dove riuscivo comunque a vedere le persone che passavano. Davanti alla macchina si e materializzato un uomo con un cappotto nero pece. Agitava le mani come un pazzo e gridava: “No, no”, poi se n’e andato. Non sono riuscito a capire che cosa volesse dire, ma era evidente che la gente del posto cominciava a notarmi. Le possibilita di essere aggredito aumentavano di ora in ora.

Non potevo fare altro che aspettare, cosi mi sono messo a riflettere sull’evoluzione di Perelman. Rukšin mi ha detto che da ragazzo Perelman interagiva con altri studenti, che non era un asociale. Oltre alla matematica, gli piacevano il ping pong e la lirica. Secondo Rukšin e altri che lo conoscono fin dall’adolescenza, Perelman e eterosessuale, ma Rukšin ha anche aggiunto: “Se Griša ha mai rivolto uno sguardo d’amore a qual cosa, e stato alla lavagna”. Perelman aveva conseguito da poco il dottorato quando l’Unione Sovietica e crollata. Allora si e trasferito negli Stati Uniti, dove ha svolto ricerche alla New York university, a Berkeley e all’Universita statale di New York a Stony Brook. Si muoveva sulle sue gambe e interagiva con altri matematici. Era un uomo attivo. In quel periodo aveva gia cominciato a lavorare alla congettura di Poincare, un teorema esposto nel 1904 da Henri Poincare, un eclettico scienziato francese che aveva contribuito a fondare la disciplina della topologia, lo studio matematico della forma astratta. Dato che fino ad allora c’erano state molte dimostrazioni errate del problema, Perelman non parlava con nessuno del suo lavoro per evitare che qualcuno tentasse di scoraggiarlo o di confondergli le idee. “Griša si e imposto limiti su tutto”, mi dice Nikolaj Mnyov, amico ed ex collega del matematico russo.

IL POMERIGGIO DEL TERZO giorno il barbone e venuto a elemosinare qualche rublo attraverso il finestrino della mia auto. Neanche da cosi vicino riuscivo a capire se fosse un uomo o una donna. L’ho guardato mentre si allontanava con qualche moneta in piu, poi ho puntato di nuovo lo sguardo sul portone di Perelman e dopo un po’ mi sono accorto di essere rimasto senza fiato. “Eccolo li!”. Era proprio lui, Perelman. La barba, i capelli, l’espressione incerta mentre incespicava alla luce del sole con accanto sua madre. Trascinando i piedi, si e diretto verso i bidoni dell’immondizia come se dovesse cominciare a frugarci dentro. Portava una giacca nera, una camicia nera e un paio di pantaloni neri. Sua madre indossava un cappotto rosso e un basco bianco. Hanno imboccato il viottolo che conduce al cortile alle spalle dell’edificio. Sono uscito dalla macchina e li ho seguiti.

Il cortile era grande come un intero isolato, con alberi, parcheggi e parchi giochi. Perelman e sua madre si trascinavano attraverso un prato. Ho deciso di affrontarlo faccia a faccia invece di coglierlo alle spalle: dovevo prendere ogni precauzione per evitare di innervosirlo. Anche se sapevo che conosce piuttosto bene l’inglese, ho pensato che fosse meglio rivolgermi a lui in russo, per metterlo a suo agio. Ho costeggiato I margini del cortile sperando di incontrarlo all’estremita opposta. Sono passato di corsa accanto a un cumulo di spazzatura e ho aggirato il recinto di un campo da tennis abbandonato. Ho fatto il giro intorno a una piccola scuola e quando sono arrivato dall’altra parte del prato Perelman e sua madre non c’erano piu. Li avevo persi. Ho cercato freneticamente in tutto il cortile. Li ho ritrovati accanto a una fila di machine parcheggiate. Ma quando ho fatto un altro giro per andargli incontro, li ho persi di nuovo. Quando li ho individuati, stavano percorrendo la strada al contrario. Non potevo permettermi il lusso di scegliere da che parte inseguirli: avrei dovuto avvicinarli da dietro. Ho accelerato il passo. Ero a una ventina di metri da Perelman e la distanza si stava riducendo. Ma non sapevo ancora che cosa dirgli.

Alla fine mi sono ritrovato accanto a lui e non avevo piu tempo per riflettere. “Grigorij Jakovlevič?”, ho detto usando il patronimico secondo il costume russo. “E lei?”. Perelman ha girato piano la testa verso di me: mi ha guardato di sbieco senza dire una parola. “Mi scusi, per favore”, ho continuato. “Non voglio infastidirla, ma sono venuto dagli Stati Uniti per parlare con lei”. Da vicino Perelman era alto poco meno di un metro e ottanta ed era piu magro di quanto immaginassi. Sembrava meno minaccioso che in fotografia. Era evidente che non curava il suo aspetto fisico. Le spalline della giacca erano coperte di forfora e i vestiti erano pieni di macchie. Perelman ha parlato con una voce acuta simile al verso di un uccello. Sapeva bene cosa dire. “Lei e un giornalista?”, mi ha chiesto. La madre mi ha scrutato da dietro la sua spalla, poi si e ritratta. Io ho annuito. Perelman ha alzato lo sguardo con un sospiro afflitto. Abbiamo fatto qualche passo insieme.

“Di quale giornale?”. Gli ho risposto. Lui ha annuito riconoscendo il nome, ma ha aggiunto: “Non concedo interviste”.

“Lo so”, ho replicato. “Va bene”. Perelman e sua madre si sono fermati. Mi hanno guardato dall’alto in basso, come se quell che avevo detto li avesse confusi. Non sapevo come sarebbe andata, ma almeno Perelman non era scappato. Ho fatto un gran sorriso. “Bel tempo oggi, no?”, ho detto. E con mia grande sorpresa, sia il tremendo eremita sia la sua ansiosa madre sono scoppiati a ridere. Ce l’avevo fatta.

“Le dispiace se la accompagno per un po’?”, ho domandato. Perelman ha alzato le spalle e abbiamo ripreso a camminare. “Mi matematica”, gli ho detto. “Puo dirmi a che cosa sta lavorando?”.

“Ho abbandonato la matematica”, ha risposto. “E non ho nessuna intenzione di dirle che cosa faccio ora”. Avevo gia un’altra domanda pronta, ma anche lui ne aveva una. “Davvero non e russo?”, mi ha domandato. “Lei parla come uno nato in Russia, che ha abbandonato il paese a otto o nove anni ed e tornato da adulto. E questo il suo accento”. Ci siamo diretti verso l’arcata che sormontava la sua porta di casa. Ho provato a fargli un’altra domanda seria. “Consideratele sue capacita e la sua giovane eta, pensa che potrebbe mai riprendere a occuparsi di scienza?”. Perelman ha sbuffato. Dopo un breve silenzio, sua madre mi ha chiesto se avessi una microspia nascosta addosso. Ero deciso a prolungare il piu possibile il nostro colloquio. Cercando di trovare un punto d’incontro, ho parlato delle analogie tra la scrittura e la matematica, mettendo l’accento sulla solitudine imposta da entrambe le discipline. Gli ho rivolto uno sguardo aperto e cordiale. Lui ha di nuovo guardato il cielo, inespressivo.

Abbiamo raggiunto l’arcata e ci siamo fermati. Perelman e sua madre mi hanno fissato, chiedendosi come sarebbe andata a finire. Io ho guardato il matematico e ho domandato: “Come va il ping pong?” “Non ci gioco da tempo”, ha risposto. Poi ha messo un braccio sulla spalla della madre. Si stava agitando. Avevamo camminato e parlato per venti minuti. Cosa avevo capito? Perelman aveva toccato le mie corde emotive, ma non ero venuto a capo del mistero. Avevo tempo per un’ultima domanda. Gliel’ho fatta in inglese: “Come continuera la sua vita da qui in poi?”.

Perelman mi si e avvicinato. Ho notato che uno dei suoi denti superiori era marrone scuro, marcio. “Come?”, ha detto: il suo inglese era un po’ zoppicante. Perelman ha fatto un’espressione concentrata mentre ripetevo la domanda, e ho quasi pensato che avrebbe risposto. Ma quando ho finite di parlare aveva di nuovo lo sguardo assente. Aveva capito quel che volevo sapere: la direzione di quella strana vita. Ha borbottato:“Non lo so”. Ci siamo salutati. Attraverso il parabrezza dell’auto a noleggio ho osservato Perelman e sua madre che attraversavano il portone e i barboni, i ragazzini e le neomamme di Kupčino che si occupavano delle loro faccende quotidiane. Perelman e la madre sono scomparsi tra le ombre dell’atrio. La porta di metallo si e richiusa alle loro spalle. Perelman era uscito e rientrato: aveva preso una boccata d’aria.